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martedì 1 marzo 2011

Pirsig


"Non ci si consacra mai a una causa in cui si ha piena fiducia. Nessuno si mette a gridare fanaticamente che domani sorgerà il sole. Quando qualcuno si da anima e corpo a una fede politica o religiosa o sostiene fanaticamente qualche altro tipo di dogma o di meta, è sempre perché essi sono un po' vacillanti." 
 
R. M. Prisig "Lo zen e l'arte di manutenzione della motocicletta", 1974.

giovedì 17 febbraio 2011

Non sopporto...

[Immagine tratta dal film "La haine" di M. Kassovitz, 1995]
Tutto quello che non sopporto ha un nome.
Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità.
Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza.
I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddotica esasperata.
La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive. 
Ma non sopporto neanche le generazioni successive.
Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus.
Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù.
La prosopopea dell'invincibilità eroica dei giovani è patetica.
Non sopporto i giovani impertinenti che non cedono il posto ai vecchi in autobus.
Non sopporto i teppisti. Le loro risate improvvise, scosciate ed inutili.
Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Ancor più insopportabili i giovani buoni, responsabili e generosi. Tutto volontariato e preghiera. Tanta educazione e tanta morte. Nei loro cuori e nelle loro teste.
Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini.
Non sopporto i bambini che urlano e che piangono. E quelli silenziosi mi inquietano, dunque non li sopporto. Non sopporto i lavoratori e i disoccupati e l'ostentazione melliflua e spregiudicata della loro sfortuna divina.
Che divina non è. Solo mancanza di impegno.
Ma come sopportare quelli tutti dediti alla lotta, alla rivendicazione, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l'ascella? Impossibile sopportarli.
Non sopporto i manager. E non c'è bisogno nemmeno di spiegare il perchè. Non sopporto i piccolo borghesi, chiusi a guscio nel loro mondo stronzo. Alla guida della loro vita, la paura. La paura di tutto ciò che non rientra in quel piccolo guscio. E quindi snob, senza conoscere neanche il significato della parola.
Non sopporto i fidanzati, poichè ingombrano.
Non sopporto le fidanzate, poichè intervengono.
Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati.
Sempre corretti. Sempre perfetti. Sempre ineccepibili.
Tutto consentito, tranne l'omicidio.
Li critichi e loro ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro ti ringraziano bonariamente. Insomma, mettono in difficoltà.
Perchè boicottano la cattiveria.
Quindi, sono insopportabili.
Ti chiedono "Come stai?" e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l'interesse disinteressato, da qualche parte, covano coltellate.
Ma non sopporto neanche quelli che non ti mettono mai in difficoltà. Sempre ubbidienti e rassicuranti. Fedeli e ruffiani.
Non sopporto i giocatori di biliardo, i soprannomi, gli indecisi, i non fumatori, lo smog e l'aria buona, i rappresentanti di commercio, la pizza al taglio, i convenevoli, i cornetti con la cioccolata, i falò, gli agenti di cambio, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, il disordine, gli ambientalisti, il senso civico, i gatti, i topi, le bevande analcoliche, le citofonate inaspettate, le telefonate lunghe, coloro che dicono che un bicchiere di vino al giorno fa bene, coloro che fingono di dimenticare il tuo nome, coloro che per difendersi dicono di essere dei professionisti, i compagni di scuola che dopo trent'anni ti incontrano e ti chiamano per cognome, gli anziani che non perdono mai occasione di ricordarti che loro hanno fatto la Resistenza, i figli sprovvisti che non hanno nulla da fare e decidono di aprire una galleria d'arte, gli ex comunisti che perdono la testa per la musica brasiliana, gli svampiti che dicono "intrigante", i modaioli che dicono "figata" e derivati, gli sdolcinati che dicono bellino carino stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti "amore", certe bellezze che dicono "ti adoro", i fortunati che suonano ad orecchio, i finti disattenti che quando parli non ti ascoltano, i superiori che giudicano, le femministe, i pendolari, i dolcificanti, gli stilisti, i registi, le autoradio, i ballerini, i politici, gli scarponi da sci, gli adolescenti, i sottosegretari, le rime, i cantanti rock attempati coi jeans attillati, gli scrittori boriosi e seriosi, i parenti, i fiori, i biondi, gli inchini, le mensole, gli intellettuali, gli artisti di strada, le meduse, i maghi, i vip, gli stupratori, i pedofili, tutti i circensi, gli operatori culturali, gli assistenti sociali, i divertimenti, gli amanti degli animali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, gli aliscafi, i collezionisti tutti, un gradino più in su quelli di orologi, tutti gli hobby, i medici, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i costruttori, le mamme, gli spettatori di basket, tutti gli attori e tutte le attrici, la video arte, i luna park, gli sperimentalisti di tutti i tipi, le zuppe, la pittura contemporanea, gli artigiani anziani nella loro bottega, i chitarristi dilettanti, le statue nelle piazze, il baciamano, le beauty farm, i filosofi di bell'aspetto, le piscine con troppo cloro, le alghe, i ladri, le anoressiche, le vacanze, le lettere d'amore, i preti e i chierichetti, le supposte, la musica etnica, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, l'acne, i percussionisti, le docce con le tende, le voglie, i calli, i soprammobili, i nei, i vegetariani, i vedutisti, i cosmetici, i cantanti lirici, i parigini, i pullover a collo alto, la musica al ristorante, le feste, i meeting, le case col panorama, gli inglesismi, i neologismi, i figli di papà, i figli d'arte, i figli dei ricchi, i figli degli altri, i musei, i sindaci dei comuni, tutti gli assessori, i manifestanti, la poesia, i salumieri, i gioiellieri, gli antifurti, le catenine d'oro giallo, i leader, i gregari, le prostitute, le persone troppo basse o troppo alte, i funerali, i peli, i telefonini, la burocrazia, le installazioni, le automobili di tutte le cilindrate, i portachiavi, i cantautori, i giapponesi, i dirigenti, i razzisti e i tolleranti, i ciechi, la fòrmica, il rame, l'ottone, il bambù, i cuochi in televisione, la folla, le creme abbronzanti, le lobby, gli slang, le macchie, le mantenute, le cornucopie, i balbuzienti, i giovani vecchi e i vecchi giovani, gli snob, i radical chic, la chirurgia estetica, le tangenziali, le piante, i mocassini, i settari, i presentatori televisivi, i nobili, i fili che si attorcigliano, le vallette, i comici, i giocatori di golf, la fantascienza, i veterinari, le modelle, i rifugiati politici, gli ottusi, le spiagge bianchissime, le religioni improvvisate e i loro seguaci, le mattonelle di seconda scelta, i testardi, i critici di professione, le coppie lui giovane lei matura e viceversa, i maturi, tutte le persone col cappello, tutte le persone con gli occhiali da sole, le lampade abbronzanti, gli incendi, i braccialetti, i raccomandati, i militari, i tennisti scapestrati, i faziosi e i tifosi, i profumi da tabaccaio, i matrimoni, le barzellette, la prima comunione, i massoni, la messa, tutti coloro che fischiano, coloro che cantano all'improvviso, i rutti, gli eroinomani, i Lions club, i cocainomani, i Rotary club, il turismo sessuale, il turismo, coloro che detestano il turismo e dicono che loro sono "viaggiatori", coloro che parlano "per esperienza", coloro che non hanno esperienza e vogliono parlare lo stesso, chi sa stare al mondo, le maestre elementari, i malati di riunioni, i malati in generale, gli infermieri con gli zoccoli, ma perchè devono portare gli zoccoli?
Non sopporto i timidi, i logorroici, i finti misteriosi, i goffi, gli svampiti, gli estrosi, i vezzosi, i pazzi, i geni, gli eroi, i sicuri di sè, i silenziosi, i valorosi, i meditabondi, i presuntuosi, i maleducati, i coscienziosi, gli imprevedibili, i comprensivi, gli attenti, gli umili, gli esperti, gli appassionati, gli ampollosi, gli eterni sorpresi, gli equi, gli inconcludenti, gli ermetici, i battutisti, i cinici, i paurosi, i tracagnotti, i litigiosi, i superbi, i flemmatici, i millantatori, i preziosi, i vigorosi, i tragici, gli svogliati, gli insicuri, i dubbiosi, i disincantati, i meravigliati, i vincenti, gli avari, i dimessi, i trascurati, gli sdolcinati, i lamentosi, i lagnosi, i capricciosi, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità.
Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l'iperattività, la bulimia, la gentilezza, la malinconia, la mestizia, l'intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, la vergogna, l'arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il menefreghismo, l'abuso di potere, l'inettitudine, la sportività, la bontà d'animo, la religiosità, l'ostentazione, la curiosità e l'indifferenza, la messa in scena, la realtà, la colpa, il minimalismo, la sobrietà e l'eccesso, la genericità, la falsità, la responsabilità, la spensieratezza, l'eccitazione, la saggezza, la determinazione, l'autocompiacimento, l'irresponsabilità, la correttezza, l'aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la miseria umana, la compassione, la tetraggine, la prevedibilità, l'incoscienza, la capziosità, la rapidità, l'oscurità, la negligenza, la lentezza, la medietà, la velocità, l'ineluttabilità, l'esibizionismo, l'entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, il dilettantismo, il professionismo, il decisionismo, l'automobilismo, l'autonomia, la dipendenza, l'eleganza e la felicità.
Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso. Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatura. 
 Tratto da: Hanno tutti ragione di P. Sorrentino 2010

martedì 12 ottobre 2010

Noi e gli altri.


Noi, con i nostri genitori, frequentavamo spiaggie recintate, pulite e sorvegliate; e facevamo il bagno con grande cautela, muniti di salvagente e canotti leziosamente colorati. Quegli altri si avventuravano da soli in acque scure e minacciose muniti di oggetti grezzi e virili, metafore della loro capacità di sbrigarsela, comunque. La capacità che noi non avevamo e che in qualche modo avremmo dovuto imparare a nostre spese.
Avevo sentimenti contraddittori rispetto a loro. Ufficialmente, e in accordo con la retorica moralistica della scuola e di certi adulti, li compativo. Appartenevano a famiglie povere e disagiate, stavano per strada perchè non avevano altri posti dove andare e spesso erano costretti a lavorare come garzoni nei panifici, nelle salumerie, nelle drogherie. Se andavano a scuola venivano ripetutamente bocciati e, insomma, erano destinati a diventare dei poco di buono.
Segretamente, li invidiavo per la loro vitalità, il disprezzo del pericolo, la capacità di collegare immediatamente l'impulso all'azione. E per le stesse ragioni mi facevano paura. Ci facevano paura. Eravamo ossessionati da quei ragazzi e questa ossessione nasceva da tanti episodi in cui qualcuno di noi aveva subito un sopruso, un'aggressione o anche una piccola rapina.


Tratto da: Nè qui nè altrove - Una notte a Bari- di G. Carofiglio 2008

mercoledì 15 settembre 2010

Verità (ve-ri-tà)



Vertità (ve-ri-tà) s.f. 1. Rispondenza con la realtà effettiva. 2. Affermazione di un contenuto ideale, com. accettato come basilare, dal punto di vista religioso, etico, storico. 3. Sincerità, buonafede. 4. Realtà. (Devoto-Oli 2008)

Ecco, dire verità è come dire giovani: è un termine che non si può usare in senso assoluto ma bisogna relativizzarlo con un aggettivo, altrimenti non vuole dire niente.
Quali sono gli aggettivi della verità? In storie come questa, secondo me, ce ne sono quattro.

C'è la Verità Giudiziaria, quella stabilita dai Tribunali alla fine di tre gradi di giudizio, quella che quando arriva fino in fondo decide come sono andate le cose, perchè sono accadute, chi ne ha la responsabilità, se deve andare o no in galera e per quanto. E' quella che puoi raccontare senza il timore di essere querelato. Quando arriva fino in fondo, abbiamo detto. Il problema è che a volte non ci arriva.

C'è la Verità del Buon Senso, che a volte non corrisponde alla verità giudiziaria, perchè a differenza di quella non ha bisogno di prove che reggano di fronte a codici, procedure, scadenze di termini e prescrizioni, ma soltanto al razionale concatenarsi dei fatti. Due più due fa comunque quattro. A volte fa cinque, ma è raro, a volte fa tre e allora ci hanno fregato, ma di solito fa quattro.
Razionale concatenarsi dei fatti, abbiamo detto. Il problema è che a volte la ragione si fa deviare della emozioni e dai pregiudizi.

Infatti c'è la Verità Politica, quella che decidi che deve essere così perchè se no è peggio, se no l'ideologia entra in crisi e vincono gli altri, quindi certe cose meglio tacerle, meglio ometterle, meglio anche cambiarle. Perchè non sempre la verità è rivoluzionaria o perchè se no la rivoluzione scoppia davvero.
Perchè la gente non è ancora pronta per certe cose.
Perchè se no è peggio, abbiamo detto. Il problema è: chi decide cosa è peggio?

E alla fine c'è anche la Verità Storica, quella che a distanza di tanto tempo si afferma con l'esame delle carte, dei libri, delle testimonianze e dei ricordi, e quando è condivisa diventa memoria, celebrata da feste e monumenti. Mette assieme un po' tutte le altre verità ma ne resta indipendente e può affermare che Napoleone ha perso a Waterloo anche se non è stato processato per questo con sentenza passata in giudicato, che in Vietnam gli americani hanno perso anche se erano più forti, che ad Auschwitz sono morte due milioni di persone anche se c'è chi dice no.
Quando è condivisa, abbiamo detto. Il problema è che a volte non lo è, e allora viene revisionata.


Tratto da: Navi a perdere di C. Lucarelli Ambiente edizioni - Verdenero, i noir di ecomafia-
Questo libro racconta la storia, le storie (vere), delle navi affondate nel Mediterraneo. Mi correggo. Navi affondate dolosamente perchè trasportavano rifiuti altamente tossici o radioattivi. E si sta parlando dell'Italia, di imprenditori italiani e di magistrati che cercano di fare il proprio lavoro.

lunedì 7 giugno 2010

Mente Coerente #2


"Sai perchè non avevo mai visto nessuna delle donne uccise?" Scossi la testa. "Perchè una è di colore, Harry, e l'altra è una prostituta. A dire il vero non conosco nessuno di colore, a parte Mose. Parlo a un sacco di gente di colore e molti di loro mi piacciono e credo che a molti di loro piaccio, ma non so niente di loro e loro non sanno niente di me. Diavolo, non posso dire di conoscere davvero Mose. Tutto quello di cui parliamo è la pesca, il fiume e ogni tanto il tabacco. Sotto sotto credo di essere uguale a tutti gli altri. E sai una cosa, Harry?" "No, papà." "Mi dà fastidio." "Tu non sei come gli altri, papà. Tu non odi la gente di colore." "Sotto sotto, come ho detto, non ne sono così tanto sicuro." "Tu e la mamma siete diversi dagli altri." "C'è molta gente che la pensa come noi. Solo che quelli che la pensano diversamente sono più pettegoli e più cattivi. Lascia che ti dica una cosa, figliolo. Quand'ero ragazzo tutto quello che usciva dalla mia bocca era negro qui e negro lì. Andavo sempre al fiume a pescare e c'era questo ragazzo di colore che prendeva un sacco di grossi pesci gatto. Ero invidioso. Non mi andava giù che uno di loro pescava tutti quei pesci e a me non mi riusciva di prenderne nemmeno uno. Mi vergogno a dirlo, ma un giorno stavo per picchiarlo. Ero laggiù, e lui era lì vicino al mio posto e tirava su i pesci che sembravano ammaestrati. Poi mi guardò e disse: 'Signore, ho qui delle buone esche che mi sono fatto da solo. Ne vuole qualcuna?'. Ne presi tre o quattro, ma non ebbi fortuna lo stesso. Eravamo seduti vicini sulla riva e parlavamo, e prima che il giorno finisse seppi qualcosa che non sapevo." "Che cosa?" "Che era proprio come me. Aveva anche un vecchio padre cattivo. Un vecchio che aveva ucciso una mezza dozzina di persone, tutte di colore, e per questo non gli era successo niente, e il ragazzo aveva paura di lui. Anch'io avevo paura di mio padre. Mi insegnò a fare le esche, a prendere sangue, farina gialla e farina di grano, mischiare tutto in piccole palline, poi farle seccare e attaccarle all'amo nel modo giusto. Io non diventai il suo migliore amico, ma smisi di preoccuparmi di che colore fosse. E non vedevo l'ora di andare giù al fiume a pescare, così io e lui potevamo parlare. Be', a un certo punto una ragazza bianca fu ritrovata morta e nuda nel fiume. Non so come, ma a un dato momento decisero che questo ragazzo, che si chiamava Donald, era il colpevole. Io non ne sapevo niente, ma un pomeriggio mentre tornavo a casa dopo essere stato a caccia di scoiattoli, arrivato alla Preacher's Road c'era una gran folla e quando riuscii a farmi strada vidi che avevano messo Donald su un vagone, gli avevano inchiodato le mani e i piedi e poi lo avevano castrato." Fece una pausa, riflettendo. "Lui mi vide, figliolo. Io lo guardavo stando tra la folla. Ricordo ancora i suoi occhi. Mi vide e disse: 'Signor Jacob. Non può aiutarmi?'. Io feci un passo indietro tra la folla. Avevo tredici anni e non sapevo cosa fare e lì c'era un ragazzo della mia età che mi chiamava signore e mi implorava di aiutarlo. Diedero fuoco al vagone e lo finirono. Due giorni dopo trovarono una traccia di vestiti di quella ragazza che li portò a un piccolo campo dove c'erano un uomo di colore morto e le cose che appartenevano a lei, la sua borsetta e tutto il resto. Ora, io non so se quell'uomo era il colpevole, ma certamente non lo era Donald. Credo che la folla sia impazzita perchè venne fuori la voce che era stato uno di colore, e presero lui. Povero Donald. Sospetto che il vero assassino fosse l'uomo che hanno trovato dopo aver ucciso lui." "Com'era morto, papà?" "Morto e basta, credo. Un'altra cosa: presero il corpo dell'uomo e lo trascinarono giù per i boschi e per Preacher's Road e alla fine tagliarono le corde e gli diedero fuoco. Quel povero corpo, un mucchio d'ossa, restò per un mese sul ciglio della strada, prima che le bestie o qualcuno se lo portassero via." "E il padre di Donald?" "Quel perfido figlio di puttana. Alla fine fu ucciso mentre cercava di rapinare una casa a Mission Creek. Entrò dalla finestra e gli spararono. Ricordo che pensai: meno male che ti sei tolto dalle palle. Donald invece era un bravo ragazzo. Non era nè meglio nè peggio di qualunque ragazzo della sua età ed è stato ucciso in quel modo. Morale, io non sono così puro, Harry. Non feci nulla per salvarlo." "Papà, non c'era niente che potevi fare." "Mi piace pensare che sia vero. Ma da allora niente è più stato lo stesso. Non odio nessuno per il suo colore. A volte le cose brutte si riversano su di me, ma io provo, Harry. Provo. Come per tua madre. Lei è sempre stata così. C'è gente che capisce subito se una cosa è giusta o no. Anche tua nonna è così, e ha passato uesta capacità a tua mamma, e lei mi aiuta a capire quando io non avrei voglia di farlo. E' facile odiare, Harry. E' facile dire che questo e quello succede perchè i neri fanno o non fanno una cosa o l'altra, ma la vita non è così facile, figliolo. Facendo l'agente ho visto alcuni dei peggiori esseri umani, bianchi e di colore. Il colore non ha niente a che vedere con la malvagità o la bontà. Ricordalo." "Sì, papà."

Tratto da: In fondo alla palude di J. R. Lansdale Fanucci Editore
Ambientano nel Texas degli anni '30, anni della Depressione.
Qualche volta i libri ti cercano. L'ho comprato perchè adoro i thriller e i gialli e mi affascivana il fatto che a raccontare la storia fosse un bambino di 12 anni. Ma quando ho capito che il tema centrale è quello del razzismo allora ho pensato che questo fosse uno dei casi in cui un libro ti cerca e si lascia comprare.

venerdì 19 marzo 2010

Mente Coerente #1


"...La poveretta faceva pena, nella sua stanza si respirava quell'odore acre di sudore rappreso e piedi sporchi, mescolato alla polvere di certe poltrone che erano l'unico arredamento della casa. Allo stato asmatico si aggiungeva un lieve scompenso cardiaco. Questo è uno di quei pochi casi in cui il medico , cosciente della propria assoluta impotenza di fronte alla situazione, sente il desiderio di un cambiamento radicale, qualcosa che sopprima l'ingiustizia che ha imposto alla povera vecchia di fare la serva fino al mese prima per guadagnarsi da vivere, affannandosi e soffrendo, ma tenendo fronte alla vita con fierezza. Il problema è che l'adattarsi della situazione fa sì che nelle famiglie povere il soggetto inabile a guadagnarsi il sostentamento si veda circondato da un'atmosfera di acredine a malapena dissumulata; da quel momento si cessa di essere padre, madre o fratello per trasformarsi in un fattore negativo nella lotta per la vita e, come tale, bersaglio del rancore della comunità sana che finisce col considerare la sua infermità come un insulto personale verso coloro che devono mantenerlo. Lì, in quegli ultimi istanti per gente il cui orizzonte più lontano è sempre arrivare a domani, è dove si coglie la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo; c'è in quegli occhi moribondi una sommessa richiesta di perdono e anche, molte volte, una disperata richiesta di consolazione che si perde nel vuoto, come presto si perderà il corpo nell'immensità del mistero che ci circonda. Fino a quando continuerà questo ordine delle cose basato su un'assurda suddivisione in caste, è qualcosa che non sta a me rispondere, però è ora che i governanti dedichino meno tempo alla propaganda delle qualità del loro regime e più denaro, moltissimo denaro in più, per la realizzazione di opere di utilità sociale. Non posso fare molto per la malata: le prescrivo semplicemente una dieta appropriata, un diuretico e delle soluzioni antiasmatiche. Mi sono rimaste alcune pastiglie di drammina e gliele regalo. Quando esco, mi seguono le parole affettuose della vecchia e gli sguardi indifferenti dei famigliari."


[Latinoamericana. E.Guevara marzo 1952]